Una slide che finisce spesso fra le presentazioni dei docenti di linguistica italiana riporta un testo che Italo Calvino pubblicò sulle pagine de Il Giorno nel 1965, a proposito di quella che lui stesso definiva antilingua.

Calvino e l’antilingua

Nelle intenzioni di Calvino, l’antilingua sarebbe quel modo di scrivere – e qualche volta di parlare – prolisso, artificioso e alucheggiante che non solo non ha nulla a che fare con la lingua del quotidiano, ma neanche con l’italiano standard, e che anzi si colloca a un polo opposto a quello dove starebbe la lingua masticabile da tutti.

È però un registro considerato alto e autorevole, e quindi rispettato e imitato, che ancora oggi prolifera nel burocratese e nelle produzioni di persone che non hanno una solida formazione linguistica alle spalle ma che tuttavia sono costrette a usare un italiano che non conoscono, con il risultato di capirsi da sole e certe volte nemmeno quello. Alcuni esempi senza fare nomi: politici, imprenditori, giornalisti.

Habitat naturale dell’antilingua è la pubblica amministrazione, e infatti l’esempio che riportava Calvino era il seguente:

///

Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo:

«Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata».

Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione:

«Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello  scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante».

///

L’esempio di Calvino ha fatto scuola, e da allora a oggi sono stati scritti fiumi e fiumi di parole sui limiti della comunicazione istituzionale nei confronti del cittadino e su quanto questa, per il semplice fatto di essere come è, è ingiusta e maleducata. «Chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire», diceva De Mauro, e aveva ragione. Ma poco o nulla è cambiato dai tempi di Calvino, perché questa comprensione veniva meno tanto negli anni Sessanta, quanto nei Novanta quanto oggi.

Qui non farò la storia del rapporto fra cittadini, lingua e istituzioni perché esistono altri blog che l’hanno fatta o la faranno meglio di come posso fare io, però posso portare un esempio di antilingua che mi è stato consegnato ieri in mie proprie mani, per usare un altro orrendismo.

Va bene tutto, ma non Il Milanese Imbruttito

Prima di procedere, una precisazione. Va molto di moda da qualche tempo creare contenuti che indignino la classe mediamente o anche solo vagamente colta, cioè contenuti comprensibili dalla maggioranza dei fruitori nei quali viene messo in ridicolo lo spessore culturale di chi istruito non è. Grandi promulgatori di questa corrente sono stati Stricia La Notizia e Le Iene, e oggi una buona fetta di YouTube campa su quest’onda.

Un esempio su tutti sono i video – a mio parere squallidi – della serie Le interviste imbruttite del Milanese Imbruttito, che ogni anno ci ricorda quanto siamo intelligenti intervistando giovani in vacanza che non aspettano altro che sentirsi fare domande lecitissime per uno che sta in vacanza come «chi ha inventato il computer?», «cos’è la teoria di Darwin?», «cos’è il MES?».

Aha. Non lo sanno. Aspe’ fammi googlare un attimo. Ma certo, che stupidi. Serve il patentino di voto. Si reintroduca la castrazione coatta. Meritiamo l’estinzione. Ora lo scrivo nei commenti.

E nei commenti a quei video troverete solo pensieri di questo tipo.

Per dirla altrimenti, quanto segue non è una presa per culo al carabiniere che mi ha redatto il verbale. Quanto segue è l’amara constatazione che facciamo parte di un sistema che non è ancora in grado di formare gli appartenenti alle forze dell’ordine come ci si aspetterebbe da un paese del primo mondo. L’appuntato è vittima quanto me di questo sistema, e questo era uno dei casi in cui nessuno si fa male.

Il verbale per la denuncia di smarrimento della Postepay

Mercoledì 12 luglio 2020 sono andato a fare benzina al distributore di Pescina che sta sulla strada che porta al camposanto di Cerchio. Sono andato lì perché non avevo contante ed ero sicuro che quello accettava carte prepagate al self service. Ho fatto benzina, me ne sono andato e ho lasciato la Postepay nella colonnina del self service. Il giorno dopo non c’era più.

Ora ho bisogno di una nuova Postepay, e per farmela sostituire anziché rifarla daccapo, pagando quindi soli 5€ anziché 20€, devo portare alle poste la denuncia di smarrimento di quella che avevo.

Ieri sono andato in una caserma dei carabinieri della città in cui vivo e questo è il verbale che mi è stato rilasciato, appositamente anonimizzato per i fini di questo post. In rosso mie note.

  1. La data di rilascio della patente è sbagliata.
  2. Falso, io sono residente in Abruzzo. A Torino ci pago solo la monnezza, e ancora nessuno riesce a spiegarmi il perché.
  3. Scusa, cosa stai insinuando con le virgolette? Che c’è, non mi credi? Quelle virgolette sembrano dire «seeee vabbuò mo ce lo vuoi fa’ credere che te la sei persa, e non che te l’hanno bloccata perché hai fatto i buffi su PornHub abbusciardoooo!!!». Cioè intendiamoci, io non è che
    ✌️✌️ mi sono perso la postepay 😏 😉 ✌️✌️,
    io mi sono perso la Postepay.
  4. Non è vero. Io so esattamente quando e dove l’ho lasciata, ovvero mercoledì 12 luglio 2020, ficcata nella colonnina del self service del distributore di Pescina che sta sulla via per il camposanto di Cerchio.
  5. Non è vero, hai fatto tutto da solo e io stavo nella sala d’attesa, avanti tuttavia a interessanti allegati di natura scientifica de La Stampa, anni 1983-86.
  6. Il carabiniere ha sbagliato a scrivere il suo nome che, fidatevi, terminava con la «o» accentata. L’ha scritto con l’apostrofo. Questa è un po’ infame, lo so, ma mi serviva come aggancio per avere anche qui sotto i commenti come quelli che si trovano sotto i video del Milanese Imbruttito.
  7. MA NON È VERO! Io le circostanze le conosco benissimo e pure il luogo. Qui il problema è un altro. «Le circostanze di tempo e luogo a me sconosciute» sono quelle in cui mi sono perso la Postepay o quelle in cui «dichiaro presso questi uffici» di averla smarrita?
  8. E aggiungo che Smarrimento mi ha aggredito alle spalle, di notte, e senza preavviso alcuno.
  9. No, non ero in località «non previsto/altro», che comunque un giorno avrei piacere di visitare; stavo al maledetto di distributore di Pescina che sta sulla via per il camposanto di Cerchio.
  10. Vabbè senti, hai ragione tu.
  11. Quindi smarrimento è colui che mi ha aggredito, rubandomi la Postepay che si qualifica come refurtiva.
  12. Ma ci farò un blogpost a riguardo.

La mia versione, se avessi potuto fornirne una, sarebbe stata la seguente:

Il giorno 12 luglio 2020 ho lasciato la mia carta Postepay numero serie omissis inserita nella colonnina del self service del distributore di benzina Agip di Pescina che sta al numero civico 79 della Strada Statale 83 Marsicana, LUOGO A ME NOTISSIMO.  Ci sono tornato il giorno dopo e non c’era più. Giuro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *