Famo a capisse, non è che mi sono autointervistato sui dialetti.

Però così potrebbe sembrare senza la giusta premessa, e allora devo giustificare l’esistenza di questo post raccontandone la genesi. But fear not! Come per gli altri articoli di fattidilingua contenenti un pippone introduttivo, visto che io non sono Aranzulla e non mi interessa tenerti per forza sul sito a costo di vendere a prezzi concorrenziali le mie parenti donne di primo grado, ti do subito la possibilità di saltare l’introduzione e andare al punto 1. »cliccando qui«. Se dei fatti miei non te ne frega niente e ti interessano solo quelli di lingua, puoi saltare introduzione e fatti miei balzando direttamente al punto 2, cliccando »qui«.

Genesi del post

storia della lingua italianaIl 28 dicembre 2019 ho fatto un intervento a Pescina (AQ) sulla storia dell’italiano. È stato l’unico giorno in cui ha nevicato e gelato durante le gloriose vacanze di Natale 2019-20, e questo mi ha dato molto a pensare su quanto gli astri mi ritenessero degno di trattare un così alto argomento. A causa delle condizioni meteo, il pubblico era infatti ridotto a poche decine di persone, la maggior parte delle quali erano mie amiche e amici, lì presenti dietro mia minaccia. Però c’era anche gente che non conoscevo eh, questo lo devo dire.

Fra le persone presenti e appartenenti alla categoria di quelli a cui avevo estorto la partecipazione, c’era Tamara Macera. Se googlate Tamara Macera (o Calliope Macera) vi escono un sacco di cose. Google vi dice che è cantante, scrittrice, e pure articolista. Google tiene ragione, ma Tamara oltre a essere cantante, scrittrice e articolista è anche amica mia.

Ella, mossa probabilmente da compassione nei confronti della mia persona così malamente punita dall’ira degli elementi, mi ha proposto di mettere un pezzettino di quell’intervento nero su bianco nella forma dell’intervista, con un focus particolare sui dialetti e uno particolarissimo sui dialetti della Marsica. L’intervista è stata pubblicata sul portale Marsica Web, con un titolo (che non ho scelto io) in cui vengo immeritatamente definito linguista e ancor più immeritatamente giovane. Ciò che è apparso su Marsica Web è però una versione ridotta di quello che avevo originariamente consegnato, perché né Tamara né gli editori del portale potevano sapere che io non posseggo affatto il dono della sintesi, e giustamente una volta letto quel papiello mi hanno detto di tagliare, e io ho tagliato, e il tagliato è finito nell’intervista di Marsica Web.

Ragione del post

Allora perché ho fatto questo post? Prima di tutto perché il blog è mio e ci metto quello che mi pare, poi perché un poco mi dispiaceva di dover buttare cose (ovvero, il tagliato dall’articolo di Marsica Web) a cui ho dedicato tempo ed energie. Per quello mi accontento dei numerosi articoli di linguistica che sono stati affogati sul nascere da sante figure, e che non vedranno mai la pubblicazione. Pertanto, qui sotto riporto l’edizione originale della succitata intervista con qualche variazione e aggiunta; e anche alcune di queste variazioni e aggiunte si devono ai saggi consigli di sagge persone che da anni provano ripetutamente a insegnarmi non solo il potere della parola, ma soprattutto quello del silenzio. Le domande sono le originali che mi ha fatto Tamara; le risposte, no.

1. Prima domanda di carattere personale: perché hai scelto di diventare un linguista?

Diventare è il verbo giusto, perché non posso dire di esserlo. Diciamo che spero di diventarlo, appunto; diciamo che lavoro affinché ciò avvenga. Per rispondere alla tua domanda, la scelta di iniziare a seguire un percorso che forse, se tutto va bene – autosabotaggi, malattie, cause di forza maggiore e morte permettendo – mi potrebbe condurre un giorno a fare quello che mi piace fare e cioè il linguista è stata una scelta che si è articolata in tre fasi, indipendenti fra loro ma in qualche modo connesse. Le riassumo di seguito.

Prima fase

Era il 4 luglio del 2006 e frequentavo il primo anno di Lingue all’Università di Roma Tre. Ancora non sapevo come sopravvivere all’esame di linguistica generale, e quel giorno lo dovevo sostenere. Non avevo studiato niente. Consegnai il foglio in bianco, presi il treno e tornai a casa con la convinzione che se c’era una cosa che non avrei mai fatto nella vita, quella era il linguista. Quella sera l’Italia batté la Germania in una delle partite più emozionanti della storia del calcio. Mi aiutò a capire che nulla era impossibile. Forse, neanche che io facessi il linguista.

Seconda fase

Ha avuto luogo durante un giorno che non riesco a ricordare di gennaio o febbraio del 2011. Ero in Inghilterra, in Erasmus a Leeds. Qualcuno mi chiese: «tu di cosa ti occupi?» D’istinto risposi: «di linguistica». Non era vero. Non lo so perché riposi così, forse perché mi bruciava ancora la fuga dall’accademia di 5 anni prima, e in quel momento potevo inventarmi quello che volevo. Fatto sta che risposi che mi occupavo di linguistica senza una vera ragione. Cinque mesi dopo ero tornato all’Università dell’Aquila e volevo fare davvero il linguista.

Terza fase

È quella in cui ho capito perché nella seconda fase avevo dato quella risposta istintiva, che sarà stata anche istintiva ma forse non totalmente casuale. Quando ho ripreso con l’università sono stato abbastanza fortunato da incontrare maestre e maestri importanti, che mi hanno insegnato che il linguista ha un dovere etico soprattutto verso gli ultimi, le minoranze, i meno istruiti. Per come vedo io alle cose della vita, non potevo sperare di avvicinarmi a disciplina più interessante.

Insomma, inizialmente non lo sapevo perché avevo scelto di diventare un linguista. Adesso sì.

2. Qual è il compito di un linguista?

Il linguista si occupa di studiare a tutto tondo come funziona quella facoltà umana che è il linguaggio, e si occupa di capire come questa facoltà si manifesta nelle diverse espressioni sociali e culturali che chiamiamo lingue.

Quindi linguista non è chi parla tante lingue o chi ti dice come è giusto o sbagliato scrivere e parlare. Per dirla con una battuta, linguista è colui o colei che sa di non conoscere nessuna lingua, ma sa scientificamente spiegarti il perché.

3. Che differenza c’è fra lingua e dialetto?

È una domanda a cui dare una risposta che non scontenti nessuno risulta molto, molto difficile. Per seguire un sentiero sicuro e ben battuto, diremo che la differenza fra lingua e dialetto può essere osservata da due punti di vista.

Linguistica interna: nessuna

Il primo è quello della cosiddetta linguistica interna, ovvero degli elementi che compongono qualsiasi lingua nella sua struttura, e quindi i suoni delle parole, le loro forme, il loro ordine all’interno della frase e il loro numero. Sono quegli aspetti che i linguisti definiscono rispettivamente fonologia, morfologia, sintassi e lessico di una lingua. Da questo punto di vista, non c’è differenza alcuna fra una lingua e un dialetto.

L’inglese – che è la lingua più nota al mondo (dati Ethnologue) – presenta una fonologia, una morfologia, una sintassi e un lessico propri tali da identificarla come lingua a sé. Lo stesso vale per il pescinese, per l’avezzanese, per il celanese e così via. Anch’esse hanno una fonologia, una morfologia, una sintassi e un lessico proprie, esattamente come ce li hanno l’inglese, il cinese e l’italiano. Dal punto di vista della linguistica interna, non c’è differenza fra l’inglese e il pescinese o qualsiasi altro dialetto italiano: sono due lingue; o meglio, due codici linguistici.

Linguistica esterna: dipende

La prospettiva dalla quale possiamo cogliere una sostanziale differenza fra una lingua e un dialetto è invece quella della linguistica esterna, ovvero quei fatti che riguardano la lingua al di fuori della sua struttura, calata cioè nel contesto sociale. Come spiegano molto chiaramente Massimo Cerruti e Gaetano Berruto nel loro Manuale di sociolinguistica (2015), un dialetto è «[1] un sistema linguistico subordinato a una lingua standard con la quale è [2] strettamente imparentato, e in confronto alla quale ha una [3] diffusione areale più limitata». I dialetti, inoltre, «[4] coprono gli usi ‘bassi’, propri di situazioni socialmente non impegnative» (Berruto & Cerruti 2015: 72, i numeri fra quadre sono miei). Se ci pensiamo, per il pescinese, il celanese, l’avezzanese e gli altri dialetti italiani è esattamente così:

  • sono subordinati a [1] e imparentati con [2] una lingua standard che è l’italiano (per un’esauriente spiegazione di che cosa intendiamo per italiano standard, si veda sull’ Enciclopedia dell’italiano Treccani.it la scheda di Gaetano Berruto a riguardo);
  • hanno diffusione areale limitata [3]; sono parlati, cioè, solo a Pescina, Celano, Avezzano;
  • coprono gli usi bassi [4] nel senso che siamo abituati a utilizzarli al mercato o con gli amici, ma difficilmente ci sogneremmo di utilizzarli durante un incontro con un alto funzionario pubblico o religioso.

Dialetti dell’italiano, italo-romanzi, d’Italia

Pescinese, avezzanese, celanese, ma anche napoletano, piemontese e lombardo non sono però dialetti dell’italiano, come invece lo è il toscano. Cioè, non sono varianti – che in linguistica si chiamano varietà – di una lingua nazionale, nel senso che non derivano da questa ma ne condividono le comuni origini. Sono lingue vere e proprie che hanno iniziato la loro avventura insieme a quella del toscano, partendo da trasformazioni locali del latino, e quindi è meglio definirli dialetti italo-romanzi. Se poi volessimo estendere la nostra indagine a tutte le lingue parlate all’interno dei confini politici italiani, comprese quelle non derivanti dal latino quali ad esempio il tedesco, il croato, il greco e l’albanese, allora sarebbe più corretto parlare di dialetti d’Italia.

Fra tutte queste lingue, solo il toscano è stato scelto come base per quella nazionale a seguito di un lungo dibattito plurisecolare noto come questione della lingua (→ scheda sull’Enciclopedia dell’italiano Treccani.it a cura dell’attuale presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini), iniziato nel Cinquecento con lo scopo di individuare quale dovesse essere il “volgare illustre” della letteratura e della corte (ci ritorneremo dopo), e poi d’Italia a seguito dell’Unità. Proprio nel Cinquecento avviene il primo scollamento – almeno teorico – fra volgari e dialetti, con i secondi che inizieranno a essere considerati in maniera spregiativa rispetto ai primi.

Lo schema in Figura 1, tratto da un lavoro di Žarko Muljačić (1994) rappresenta bene quella che è la cosiddetta Area di convergenza italiana. È probabilmente uno schema più facilmente masticabile dagli addetti ai lavori, ma credo che risulti abbastanza chiaro per dare a chiunque quantomeno un’idea della eterogenea situazione linguistica italiana.

Muljacic dialetti italiani
Figura 1. L’area di convergenza italiana (ACI) – Muljačić (1994)

4. Perché il dialetto viene visto come lingua “bassa”?

Perché lo è. Ma attenzione, bisogna chiarire cosa intendiamo per “bassa”. Se con questo vogliamo identificare una lingua brutta, rozza, sporca e ignorante, siamo fuori strada, probabilmente ingannati dal fatto che il dialetto è usato soprattutto nei contesti meno formali.

Tecnicamente il dialetto è una lingua bassa proprio perché è la lingua dei contesti informali. Immaginiamo di parlare con un nonno o un caro amico in italiano aulico. Ci suonerebbe strano, giustamente. L’italiano, per quanto spesso penetri anche nelle situazioni familiari, gioca su un altro campo – per così dire. È il campo delle situazioni che richiedono un certo grado di formalità, definite “alte”. Viceversa, il dialetto vive e prospera in quelle informali e familiari, che chiamiamo “basse”, ma senza intenzione di insulto. La particolare situazione italiana, in cui i dialetti locali si ritagliano i domini bassi/informali e l’italiano quelli alti/formali con qualche sconfinamento nell’area di competenza dei dialetti, è detta di dilalìa. Forse la Figura 2 rende meglio l’idea.

dilalia dialetti italiani
Figura 2. Il rapporto di dilalìa fra italiano e dialetti

Dialetti che vanno in guerra, dialetti che fanno carriera

Da un punto di vista sociolinguistico, una lingua nazionale prima di ricoprire questo ruolo “alto” era qualcos’altro, qualcosa di “basso” che molto probabilmente aveva le caratteristiche del dialetto. Si pensi al volgare toscano, che in quattro secoli ha visto il suo prestigio aumentare fino a che, nell’Ottocento, una serie di interventi lo ha eletto a base da cui partire per la diffusione di una lingua nazionale. Ma le ragioni per cui una varietà locale, un dialetto o un volgare guadagnano sempre più terreno e considerazione fino a divenire lingue possono essere le più varie e spesso si appoggiano a elementi esterni come il dominio sociale, militare, culturale o economico della classe che ne fa uso.

Per questo sarà abbastanza nota ai più la famosa massima di Max Weinreich secondo cui «una lingua è un dialetto con un esercito e una marina». Io in realtà ne preferisco una meno reboante ma probabilmente più attinente alla realtà (tenendo sempre a mente il caveat che, nella situazione italiana, prima dell’identificazione della lingua non esistono dialetti ma soltanto volgari): «una lingua è un dialetto che ha fatto carriera», ed è anche questa di Berruto (1995: 225).

5. Qual è la storia della dialettologia in Italia?

Temo di non avere lo spazio necessario né le sufficienti competenze [valeva per Marsica Web, vale anche per fattidilingua, NdR] per fare una storia della dialettologia, perciò mi limiterò a segnare qualche punto fondamentale.

La linguistica è una scienza relativamente giovane, la cui data di nascita come disciplina scientifica moderna viene simbolicamente ricondotta al 1916, anno in cui gli allievi del professore ginevrino Ferdinand de Saussure danno alle stampe il Cours de linguistique générale. Chiaramente, è inesatto dire che la linguistica nasce nel 1916, perché anche il pensiero di Saussure deve molto ad almeno due secoli di studi sulle lingue e il linguaggio che l’hanno preceduto. Chi fosse interessato a saperne di più, può procurarsi la versione in italiano del Cours, compendiata della fondamentale introduzione a cura di Tullio De Mauro.

Se parliamo di dialetti relativamente alla situazione italiana, non posso non citare il glottologo goriziano Graziadio Isaia Ascoli, che nell’Ottocento individuava un sistema linguistico che all’epoca già esisteva ma che ancora non era stato isolato secondo caratteristiche proprie. È il franco-provenzale, ancora oggi parlato a cavallo fra Italia, Svizzera e Francia e inquadrato prima di Ascoli ora nel dominio delle lingue d’oc, ora in quello d’oïl. Ancora Ascoli isolerà il ladino, lingua dolomitica, rispetto al friulano e romancio, con le quali però forma una famiglia linguistica molto particolare che prende il nome di retoromanzo. Per entrambe le varietà esistono due belle schede incluse nella carrellata di interventi apparsa sul sito web di Treccani dal titolo Lingue sotto il tetto d’Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte curata da Fiorenzo Toso. La voce sul franco-provenzale è di Matteo Rivoira, quella sul ladino di Marco Forni.

Il De Vulgari Eloquentia

dante dialetti italiani
Nel De Vulgari Eloquentia, Dante giudica con spregio numerosi dialetti italiani. Nell’immagine un passo tradotto presente nell’edizione curata da V. Coletti

E se citiamo Ascoli, andando ancora più a ritroso non possiamo dimenticarci di Dante Alighieri. L’autore della Commedia ci ha lasciato fra le altre cose il preziosissimo De Vulgari Eloquentia (scritto a cavallo fra il 1303 e il 1305), opera in latino e quindi destinata a un pubblico colto in cui tentava di tracciare le norme per scrivere in quel volgare che lui definì “illustre”. Dei quattro libri che aveva in mente di scrivere (interromperà il DVE e Il Convivio per concentrarsi sulla Commedia) ce ne arriverà uno e mezzo. Nel primo, prova a tracciare una panoramica delle parlate italiane, e se da un lato traspare come Dante fosse figlio del suo tempo (non contempla, ad esempio, che i volgari italiani discendono dal latino), dall’altro analizza la situazione dialettale italiana con una metodicità e con un acume impensabili per l’epoca.

Fu una voce altissima per il Trecento, e impareggiata. Individua ad esempio come sia normale che le lingue evolvono nel tempo, o come uno stesso dialetto può variare di quartiere in quartiere. Studi scientifici su questo secondo fenomeno sono stati condotti non prima del XX secolo. Un po’ come Leonardo, che aveva pensato alla vite aerea quattro secoli prima della messa a punto dell’elicottero.

A chi volesse avvicinarsi a questo figlio minore di Dante consiglio l’edizione curata da Vittorio Coletti, con testo in italiano a fronte e facilmente digeribile anche da chi non ha conoscenze di latino (come me).

6. Come classifichiamo, da un punto di vista tecnico, i dialetti della Marsica?

La situazione dialettale italiana è ricchissima ed estremamente varia. Per alcuni dialetti, è semplicemente poco studiata. Quindi scattare una fotografia che restituisca alla perfezione i confini del paesaggio dialettale italiano è operazione tutt’altro che semplice. Non a caso, nel 1988 il linguista Manlio Cortelazzo ci diceva che «il fine ultimo di ogni classificazione dialettale non è quello di fissare un quadro capace di rispondere ad ogni esigenza teoretica, ma piuttosto una rete di macchie distinguibili in una policroma, ma non confusa, carta d’Italia». Una volta accettati questi limiti, nulla ci impedisce di procedere a una classificazione, sicuramente parziale e perfezionabile. Per farla, prenderemo come punto di riferimento la celebre Carta dei Dialetti D’Italia (consultabile gratuitamente qui) di Giovan Battista Pellegrini (1977), sicuramente rivedibile in alcuni suoi punti ma di certo un valido strumento da cui partire.

Gruppo mediano e gruppo meridionale intermedio

Per le loro caratteristiche strutturali, quindi proprie della linguistica interna di cui parlavamo sopra, i dialetti marsicani si dividono fra due macro-gruppi, che per alcuni aspetti comuni si può dire che si estendano dalle Marche fino alla Lucania, la Calabria settentrionale e il tarantino:

  • Il gruppo mediano, che abbraccia l’area di Carsoli, Capistrello, Scurcola Marsicana, Tagliacozzo, Magliano e giunge fino alla periferia ovest di Avezzano;
  • Il gruppo meridionale intermedio (sottogruppo marchigiano meridionale-abruzzese, sotto-sottogruppo abruzzese occidentale), dove si ascoltano le parlate della Marsica fucense, della Valle del Giovenco e dell’altipiano delle Rocche.
dialetti della marsica
Figura 3. La Marsica dialettale nella carta del Pellegrini (1977)

Fenomeni comuni a questi dialetti sono:

  • L’apocope (ovvero la caduta) di parti delle desinenze verbali all’infinito:
    • Esempi: italiano cantare ma dialetto canda’, ital. correre ma dial. corre, ital. soffrire ma dial. suffri’
  • La metatesi (una specie di spostamento) di r:
    • Esempi: ital. capra ma dial. crapa, ital. pietra ma dial. preta
  • L’assimilazione dei nessi -nd- > -nn- e -mb- > -mm-, presente variamente a sud di quella linea virtuale che i linguisti chiamano “Massa-Senigallia” (o, come viene definita più comunemente, “La Spezia-Rimini”):
    • Esempi: ital. mondo ma dial. munne, ital. combattere ma dial. cummatte
  • La sonorizzazione delle consonanti occlusive sorde p, t, k dopo suono nasale:
    • Esempi: ital. campo ma dial. cambo, ital. montone ma dial. mondone, ital. anche ma dial. anghe

Quist, quiss, quijj

Un fenomeno che rende i dialetti marsicani e abruzzesi abbastanza unici è la presenza di un sistema tripartito di deittici spaziali, ovvero una distinzione abbastanza naturale fra questo, codesto e quello, che dalle nostre parti suonano – con qualche variante fonica – come quist, quiss, quijj.

Immaginiamo di essere a tavola con la nostra famiglia e di produrre semplici affermazioni o richieste relative alla posizione di un oggetto. Se il commensale che siede vicino a noi non ha la forchetta, probabilmente gli diremmo (molto probabilmente in dialetto, ma qui per amore di chiarezza anche nei confronti di chi non mastica i dialetti marsicani trascrivo in italiano): tieni, usa questa, è pulita!. Se invece la nostra posata è sporca e vogliamo usarne una che si trova all’altro capo del tavolo, probabilmente diremmo: questa forchetta è sporca, mi passi quessa per favore? Infine, qualora volessimo bere da un determinato bicchiere che è ancora in dispensa, lontano da tutti, con buona probabilità diremmo: mi prendi quel bicchiere? Quello blu con gli unicorni disegnati.

Descrivere i dialetti: un’impresa tutt’altro che terminata

Infine, va precisato che la carta del Pellegrini, per quanto sia uno strumento d’indagine di tutto rispetto, presenta anch’essa i suoi limiti, così come limitate sono le proposte che l’hanno preceduta e seguita per le ragioni che dicevamo in alto citando Cortelazzo.

Ad esempio, come si vede in Figura 3, la carta prevede una linea che spacca a metà la piana del Fucino, collocando da una parte le varietà di Luco, Avezzano e Celano, dall’altra quelle di Trasacco, Gioia, Venere, Pescina e San Benedetto. Queste linee hanno il nome tecnico di isoglosse e, volendone dare una spiegazione molto approssimativa, identificano il limite oltre il quale un fenomeno linguistico non si spinge. L’isoglossa che passa in mezzo al Fucino è quella della conservazione dei nessi latini consonante + l. Secondo la carta, questi nessi si conserverebbero inalterati dalle parti di Venere e Pescina (ad esempio, in zuffla’ ‘soffiare’) ma non nella zona Luco-Avezzano-Celano. Da quello che so, a Celano zuffla’ è invece la forma normale di ‘soffiare’ in dialetto; sarebbe bello sapere quale prediligono gli amici e le amiche di Luco e Avezzano.

7. Qual è il dovere del linguista rispetto al dialetto? Cosa dice la costituzione o la legge sui dialetti/minoranze linguistiche e come le tutela?

Qualsiasi fatto, una volta analizzato col metodo scientifico, viene portato all’attenzione della comunità scientifica e quindi può essere oggetto di dibattito e tutela. Per il semplice fatto che li studiano, linguisti e dialettologi tutelano i dialetti. Il vero problema sono le risorse economiche necessarie affinché tale tutela trovi applicazione, che spesso mancano.

Fortunatamente la nostra Costituzione non ignora la ricchezza linguistica d’Italia, e all’articolo 6 dice espressamente che «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche». Le minoranze linguistiche, va detto, sono altra cosa rispetto ai dialetti di cui parliamo qui, ma l’esempio serve a rimarcare come già nel 1946 i padri costituenti avessero chiara la frammentazione linguistica d’Italia. E il fatto di avere una Costituzione che fra i 12 principi fondamentali ne contempli uno dedicato esclusivamente alle minoranze linguistiche non è cosa di poco conto. Purtroppo, ancora una volta il problema non sono tanto le intenzioni quanto le azioni.

La 482/’99

In Italia una legge per la salvaguardia delle minoranze esiste dal 1999 e ha visto la luce dopo oltre vent’anni di proposte europee e regionali. La 482/’99, consultabile qui, è una legge con luci ed ombre, e la prima ombra è abbastanza paradossale: nonostante si tratti di un intervento a favore delle minoranze, all’articolo 1 segnala che la lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano. D’altronde, come avviene per molte altre costituzioni, anche quella italiana non specifica in alcun punto quale debba essere la lingua nazionale, probabilmente perché lo si dà per scontato. Paradossi a parte, questa legge tutela esplicitamente 12 lingue disseminate sul territorio italiano, e cioè: albanese, catalano, tedesco, greco, sloveno, croato, francese, franco-provenzale, friulano, ladino, occitano e sardo. Teoricamente questo sarebbe un bene, ma la legge è stata applicata spesso in maniera a dir poco fantasiosa, e soprattutto non tiene conto di quelle minoranze nelle minoranze, come la comunità tabarchina in Sardegna (→ scheda su Treccani.it a cura di Fiorenzo Toso) che – ecco un altro paradosso – si ritrova a essere comunità linguistica di minoranza senza tutela nazionale all’interno di una regione che è a sua volta comunità linguistica di minoranza tutelata dalla 482.

Il primato abruzzese

La 482 deve molto alle tante leggi regionali che l’hanno preceduta. A tal proposito vorrei segnalare la n. 79 del 1995 della Regione Abruzzo titolata “Interventi a favore dei cittadini abruzzesi che vivono all’estero e dei cittadini extracomunitari che vivono in Abruzzo”, consultabile qui. Al comma 3 dell’articolo 1 recitava: «La Regione negli ambiti di propria competenza in armonia con le leggi dello Stato, […] tutela altresì gli immigrati e le loro famiglie che vivono nel territorio della Regione promovendo iniziative dirette a favorire l’inserimento sia sociale che occupazionale e il mantenimento della loro identità linguistica culturale e religiosa». All’epoca questa era la prima legge in Europa a tutelare le lingue degli immigrati.

Né altre leggi regionali italiane, né alcun articolo della costituzione, né nessuna legge nazionale, né tanto meno l’importante Carta europea delle lingue regionali o minoritarie promulgata tre anni prima erano ancora arrivate a tanto. La L.R. n. 46 del 2004 (testo qui), che modifica la 79/95, rinuncia all’intenzione di favorire «l’inserimento tramite il mantenimento dell’identità linguistica» e dice che l’unica cosa che gli immigrati possono mantenere sono i legami con la terra d’origine. Per fare ciò, la Regione si impegna a valorizzare «il patrimonio linguistico, culturale e religioso» dell’immigrato, che in legislativese non vuol dire praticamente niente.

Insomma, un epilogo un po’ triste di una storia che per un po’ di tempo ha reso l’Abruzzo dal punto di vista della tutela linguistica una delle regioni più all’avanguardia in Europa.

8. Quanto hanno influito personaggi di “culto” televisivo sulla diffusione del dialetto?

Il rapporto fra il cinema o la televisione e il dialetto nasce con la nascita del cinema sonoro. Il dialetto è sempre stato utilizzato nelle produzioni cinematografiche, ma nel corso del tempo ha avuto considerazione e fortuna diversa.

Il periodo d’oro del neorealismo

Si guardi al periodo d’oro del cinema neorealista italiano, e a capolavori come Roma città aperta, Ladri di biciclette e I soliti ignoti. In un’Italia che ancora stentava a rialzarsi dagli orrori della guerra, il cinema era una via d’uscita dall’annichilimento quotidiano, e il dialetto era il collegamento perfetto fra arte e popolo. Per rimanere in tema Monicelli, e per capire meglio quanto arte e dialetto fossero importanti in quel delicato periodo storico italiano, suggerisco la lettura dell’articolo “La grande guerra di Mario Monicelli” di Fabrizio Franceschini, consultabile sul sito di Treccani. Riporto uno stralcio dal film, in cui Sordi e Gassman usano rispettivamente romanesco e milanese.

– Ufficiale austriaco: Fegato dicono. Quelli conoscono solo il fegato alla veneziana con cipolla. E presto mangeremo anche noi quello. Dunque. Dove [è il ponte di barche, NdR]?

– Giovanni (Vittorio Gassman): No dico, cosa c’entra questo?

– Ufficiale austriaco: Prego?!

– Oreste (Alberto Sordi): A Giova’

– Giovanni: Stai buono! E allora senti un po’, visto che parli così… mi te disi propi un bel nient! Hai capito? Facia de merda!

gassman sordi dialetti
Vittorio Gassman e Alberto Sordi in una scena del film

Il dialetto, o comunque l’italiano popolare, nella prima fase del cinema italiano postbellico è stato anche strumento di lotta – se così vogliamo definirlo – al potere centrale, rappresentato linguisticamente dall’italiano corretto ma un po’ artificioso come può essere quello del brigadiere o del funzionario pubblico, puntualmente dissacrati da Totò.

Dialetto come strumento caratterizzante

Fino a tutti gli anni Sessanta, insomma, grazie a del buon cinema, all’uso sapiente del patrimonio linguistico da parte di registi illuminati e alle interpretazioni di attori eccezionali come Sordi, Gassman e Totò, i dialetti non solo hanno servito l’arte, ma hanno unito gli italiani. Poi le cose sono cambiate. I primi vagiti della globalizzazione hanno privato il dialetto della sua forza di valore aggiunto, ma lo si è potuto riciclare come strumento comico, come nelle fortunate macchiette di Cochi e Renato, Lino Banfi, Diego Abatantuono con qualche rara e preziosa eccezione che porta il nome, ad esempio, di Massimo Troisi. Eccezioni a parte, dalla fine del cinema neorealista il dialetto è stato lentamente ricollocato in quella posizione subalterna di “lingua degli stolti” che ancora oggi è dura a morire.

via Gfycat

La letteratura sembra invece aver scansato questa deriva, continuando in buona parte a usare il dialetto sotto una luce positiva piuttosto che ridicola: i libri di Andrea Camilleri sono solo l’esempio più noto e studiato, ma vanno citati almeno Gianni Brera, Carlo Emilio Gadda, Beppe Fenoglio e Cesare Pavese, per tacere di Pier Paolo Pasolini a cui il poco spazio che abbiamo non mi concederebbe di rendere il giusto onore (lo fa ottimamente Paolo D’Achille [2019] nel volume Pasolini per l’italiano, l’italiano per Pasolini).

Dialetto e contemporaneità

Oggi il dialetto gode di fortune alterne nelle produzioni televisive italiane. Da un lato è vero, per dirla con Serianni e Antonelli (2017: 150) che il cinema contemporaneo «dagli anni Settanta in poi ha adottato un italiano colloquiale medio» che però a mio parere in alcuni casi estremi sfocia in una lingua finta, costrutta, una sorta di italianese preconfezionato che nessuno userebbe nella vita reale ma che va bene per la fiction; quella stessa lingua ben replicata e irrisa nella serie televisiva Boris. In queste produzioni, e cito ancora Serianni e Antonelli, «il dialetto assume funzione caratterizzante dei singoli personaggi». Per fare pochi ma noti esempi: il romagnolo di Loris Batacchi interpretato da Andrea Roncato in Fantozzi subisce ancora, il romanesco coatto di Ivano (Carlo Verdone) e Jessica (Claudia Gerini) in Viaggi di nozze, il pugliese di Checco Zalone.

In altre produzioni il dialetto sembra invece essere ancora strumento artistico importantissimo, fondamentale per rendere una determinata serie quella serie. Recenti e fortunati esempi sono lo stesso Montalbano, Romanzo Criminale, Gomorra, Rocco Schiavone, nonché il recentissimo L’amica geniale che viene addirittura trasmesso con i sottotitoli.

Stato di salute dei dialetti

Da quanto detto fin ora pare evidente che i dialetti non godano più della vitalità di un tempo, ma questo non vuol dire che siano spacciati. L’internet, ad esempio, gioca un ruolo importante a loro favore.

Si pensi ai tanti gruppi Facebook e siti web che caldeggiano l’utilizzo e il recupero del dialetto, o alle tante pagine Wikipedia scritte in dialetto o in una lingua di minoranza parlata in Italia. Ne ho contate circa 200.000 e, come si vede da Figura 4, servono un “parco utenti” di circa 20 milioni di parlanti. La Wikia in Hindi – terza lingua più parlata al mondo dopo inglese e cinese con circa mezzo miliardo di parlanti – conta solo 135.000 pagine. Anche il thailandese, l’uzbeco, l’azero e altre lingue che altrove sono lingue nazionali, contano meno pagine di quelle che sommate vanno a comporre la ricca cornucopia di contributi Wikipedia in una lingua di minoranza parlata all’interno del suolo italiano.

wikipedia dialetti italiani
Circa 200.000 pagine Wikipedia sono scritte in una lingua regionale o di minoranza parlata in Italia

Questo è un bene, a patto che non si confondano il concetto di ricchezza – che è quello che dovrebbe caratterizzare ogni dialetto – con quello di folklore, che rischia di fare più male che bene.

Ringraziamenti

L’immagine di copertina mi è stata gentilmente concessa dal compaesano Giovanni Di Genova. Oltre a Tamara, che è stata tanto gentile e paziente nel far sì che i miei pensieri trovassero spazio fra le pagine virtuali di Marsica Web, devo ringraziare il professor Riccardo Regis dell’Università di Torino, i cui suggerimenti sono stati fondamentali per rendere le mie risposte più complete e precise. Anche Anna M. Thornton ha fornito, come sempre, spunti di riflessione preziosi e stimolanti in sede di revisione. Per questo la ringrazio. Chiaramente qualsiasi mancanza, errore o inesattezza sono da imputare esclusivamente a me.

I lettori e le lettrici che vorranno approfondire i riferimenti bibliografici indicati sopra, potranno farlo consultando le seguenti opere.

Bibliografia

  • Alighieri, Dante. 1991 [1303-5]. De Vulgari Eloquentia. Introduzione, traduzione e note a cura di V. Coletti [7edizione, 2005]. Milano: Garzanti.
  • Berruto, Gaetano. 1995. Fondamenti di sociolinguistica. Laterza: Roma/Bari.
  • Berruto, Gaetano e Massimo Cerruti. 2015. Manuale di sociolinguistica. Utet: Torino.
  • Cortelazzo, Manlio. 1988. Italienisch: Gliederung der Sprachräume. Ripartizione dialettale, in G. Holtus, M. Metzeltin, Ch. Schmitt (a cura di), Lexikon der Romanistischen Linguistik. IV. Italienisch, Korsisch, Sardisch. Niemeyer: Tübingen. 445-453.
  • D’Achille, Paolo. 2019. Pasolini per l’italiano, l’italiano per Pasolini. Edizioni dell’Orso: Alessandria.
  • Muljačić, Žarko. 1994. Spostamenti prevedibili nell’area di convergenza italiana (ACI), in G. Holtus, E. Radtke (Hrsg.), Sprachprognostik und das ‘italiano di domani’. Prospettive per una linguistica ‘prognostica’. Tübingen, Gunter Narr Verlag. 47-58.
  • Pellegrini, Giovan Battista. 1977. Carta dei dialetti d’Italia. Pacini: Pisa.
  • Saussure, Ferdinand de. 2014 [1922]. Corso di linguistica generale. Con introduzione di Tullio De Mauro. Laterza: Roma/Bari.
  • Serianni, Luca e Giuseppe Antonelli. 2017. Manuale di linguistica italiana. Pearson: Milano/Torino.

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